14/04/2018

Se litigio è una prova di potere

La (infantile) lesa maestà.

 Il conflitto -come dinamica di scontro- è ordinariamente presente e ineluttabile nelle relazioni; può diventare un’occasione per migliorarle e svilupparle se è considerato non come problema insormontabile né come atto distruttivo e fine a se stesso. Questo è il primo passo per una buona gestione ma per proseguire c’è necessità di un atto di volontà, la volontà di fare pace e  -in nome di questa!-  la disposizione a capire le ragioni dell’altro e procedere verso la negoziazione degli obiettivi.

Per una buona risoluzione -in una sintesi non esaustiva- 3 sono le fasi richieste.

1.       Accettazione del conflitto e ribaltamento della sua concezione: da problema a occasione di confronto.

2.       Comprensione e legittimazione delle emozioni e dei sentimenti che lo hanno mosso.

3.       Disponibilità a cercare le mediazioni necessarie nel rispetto dell’interlocutore

Se -però!- litigare è un gioco di potere e tutti la vogliono vinta, se ognuno vuole prevalere e distruggere l’altro allora non c’è soluzione ma solo rovina e perdita. Perciò, quando si arriva alla lite, è importante chiarire con onestà cosa si vuole ottenere  e se si è pronti a smetterla.

Accorgersi di un presupposto infantile di lesa maestà, del puntiglio di voler avere l'ultima parola, per ripicca o per farla pagare all'altro è un'operazione dovuta, senza la quale ogni tentativo porta all'avvitamento nel conflitto e all'insuccesso di ogni sforzo di cambiamento.  

Naturalmente non è una passeggiata di piacere, spesso è un percorso difficile e faticoso, specialmente nell'avvicinarsi a ferite emotive ancora aperte, ma come sempre accade nella vita, solo affrontandole si può curarle e, se possibile, trasformarle.


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